Creatività Cultura Creazione di Valore

I Creativi sono persone e personaggi difficili da classificare: uno stesso individuo può essere artista, designer, grafico, poeta, scrittore, illustratore, tanti mestieri per una vita.
Quando Irene Sanesi teorizza «Incanto», acronimo di Innovative Center of Arts in Tuscany, lo immagina come una «fabbrica di cultura»; parliamo del 2011.

«Incanto» è spazio dedicato alla filiera artistico-culturale-commerciale: dalle arti visive alla moda, dal design al merchandising, dai servizi alle professioni.
La teorizzazione e possibile realizzazione del progetto «Incanto», è di Irene Sanesi – esperta in economia, gestione e fiscalità degli enti no-profit, in particolare culturali – autrice, oltre che del libro, anche di molti articoli, ha scritto il libro Creatività Cultura Creazione di valore, a metà tra un manifesto culturale e un business plan.

«Incanto» è innanzitutto una visione creativa essa stessa, che richiede fantasia, ma anche pragmatismo e soprattutto grande fiducia nella cultura come fattore di sviluppo economico. L’obiettivo è «mettere insieme realtà tipicamente commerciali con le attività creative – così come i centri commerciali assemblano l’offerta dei consumi di massa -; quindi le gallerie d’arte, gli atelier di artisti emergenti, i negozi di design, le residenze a tempo per giovani talenti, con il mondo delle professioni, dei servizi, della logistica e della comunicazione, in un melting pot produttivo ed esperienziale, come scrive anche l’autrice.

Le premesse teoriche di «Incanto» affondano le radici tra i guru «post moderni» dell’economia e della sociologia della cultura: le città creative di Richard Florida; i non-luoghi di Marc Augè; le teorie economiche di Pier Luigi Sacco, che considerano la cultura una risorsa per lo sviluppo locale delle comunità, le nuove resilienze e rigenerazioni territoriali; la «vita liquida» e l’etica del consumo di Zigmunt Bauman.
Il consumatore-tipo di «Incanto» è estremamente variegato e contraddittorio: metropolitano, comunitario, produttore, surfista, opinionista, responsabile, fiducioso, assente; si muove in un contesto in cui la domanda di cultura, seppure in aumento, non corrisponde ad una crescita del livello culturale degli eventi, né delle aree che li ospitano, venendo accentrati nelle poche grandi città, lasciando orfano il novanta per cento del territorio italiano, la cosiddetta Italia minore.

Gli autori riconoscendo l’handicap nel sistema dell’arte italiano che si concretizza in una carenza di spazi, fondi e visibilità, sia pubbllci che privati, per gli artisti, propongono la soluzione di «Incanto», che arriva ad ipotizzare non solo un centro di produzione e consumo ma un modello di nuova economia della cultura e di mercato «siamo giunti nell’era della Incanto economy come via italiana di creatività applicata».
Mettere insieme in uno spazio di 30mila metri attività culturali e commerciali: gallerie impegnate nella selezione di artisti, spazi di design, atelier, bookshop, uffici professionali, merchandising.

«Il consumatore – scrive Irene Sanesi – deve percepire acquistando prodotti o servizi (anche un caffè) di acquisire un brand e uno stile di vita italiano». Uno spazio che si delinea come una «fiera permanente di operatori culturali».
Irene Sanesi lo spiega così: «I prodotti d’arte con il loro carico fortemente simbolico e relazionale, sono fra i pochi in grado di restituire senso alla nostra esistenza all’interno del processo di produzione di valore e di stimolarci ai nuovi consumi», e noi aggiungiamo, fanno bene allo spirito con la loro bellezza, restituiscono identità e magari possono aprire anche all’interculturalità.

Per trasformare l’individuo massificato in persona, si deve trasformare lo spettatore passivo della società dello spettacolo e il cliente della società dei consumi, attraverso la partecipazione.
Pertanto il sistema «Incanto» propone il passaggio a «un modello relazionale dove i portatori d’interesse e la domanda culturale, partecipano con l’offerta alla costruzione e alla rappresentazione di significati ed esperienze».
A chi vede «Incanto» come un’utopia impossibile da realizzare, Irene Sanesi offre esempi di realtà già esistenti: il progetto Spinnerei di Lipsia per esempio, un ex cotonificio industriale di 30mila metri quadri dove sono nati 30 gallerie, studi per artisti e negozi; il Factory 798 di Pechino: un distretto culturale in cui gallerie e atelier si uniscono a piccole imprese per lo sviluppo del mercato dell’arte e della creatività (dalla pubblicità all’editoria); il Museum Quartier Wien, meglio conosciuto come Quarter 21 di Vienna: 5mila metri quadri destinati a esercizi e iniziative culturali temporanee.
Nell’ultima parte del saggio Stefano Guidantoni analizza nel dettaglio il valore economico di «Incanto»: dalla valutazione del tipo di business – che rientra nelle categorie di start-up e industria creativa – alle caratteristiche tecniche e operative dell’operazione.

Una nota triste, tutta italiana: qualche anno fa sembrava che «Incanto» potesse diventare realtà con un prototipo: c’era già una città, Prato, e una sede, l’ex fabbrica Banci.
Poi, come troppo spesso accade in Italia, tutto si è bloccato.
Peccato, ma ora, noi del Sindacato Creativi, riscontrando la convergenza di idee con il progetto, vogliamo fare squadra con Irene Sanesi per promuovere e realizzare la costituzione di “Innovative Centers of Arts” sull’intero territorio Italiano.

Fonte “A spasso nel super market della cultura”
di Serena Danna Il Sole 24 Ore 5 giugno 2011

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