Intervento di Marzia Migliora nell’audizione parlamentare del 26 luglio 2007

Ph Simon Perathoner

Mi chiamo Marzia Migliora, sono un’artista che vive e lavora a Torino.

Definizione di professione

Il primo dei problemi che mi trovo ad affrontare è nominare ad alta voce la mia professione.

Un esempio molto esplicito è la mia carta di identità in cui alla voce professione corrispondono 10 asterischi. 

Allo sportello dell’anagrafe, quando mi è stato chiesto quale fosse la mia professione, ho risposto l’artista e mi è stato detto che questa voce nell’elenco delle professioni non esisteva ma era possibile sostituirla con: “in cerca di occupazione” o degli asterischi.

Credo che le radici dei problemi legati al sistema arte contemporanea siano da curare in profondità. 

Il piccolo esempio che ho portato è una semplice dimostrazione di una coscienza collettiva che non attribuisce a questa professione un valore, arrivando addirittura a non riconoscere quella dell’artista come una professione.

Il riconoscimento avviene solo attraverso un‘assegnazione di valore culturale alla ricerca artistica.

Riconoscere nell’ambito della cultura la possibilità di produrre valore significa fare un grande passo in direzione dello sviluppo territoriale, sociale ed economico, a patto però che l’integrità della cultura sia salvaguardata e mai strumentalizzata.

Riconoscere nella creatività un motore vitale per lo sviluppo del nostro paese è anche dare ai giovani occasione di lavorare e metterli nelle condizioni di svolgere la professione per la quale hanno studiato.

“Giovani Artisti”

… L’arte contemporanea dovrebbe, infatti, per antonomasia tendere a scardinare equilibri e modelli precostituiti. 

Non dovrebbe, infatti, in nessun modo essere strumentale alle richieste e ai gusti della gente, facendo loro l’occhiolino, ma al contrario essere capace di produrre proposte eversive, inedite, disturbanti e neppure aspettarsi di essere subito capita, riconosciuta e condivisa. 

I gusti del pubblico si costruiscono, di fatto, a posteriori. 

Un’azione di essenziale importanza risulta di conseguenza lavorare ad aiutare le persone a dare senso all’esperienza che l’arte e la cultura esprimono, “espandendo” le menti dei fruitori per consentire loro di “leggere” l’arte.

Essendo nata nel 1972 forse appartengo ancora a quella fascia di età definita “giovani artisti”.

Nel nostro paese esistono alcune iniziative (mostre ed alcuni premi) finalizzate alla promozione della categoria “Giovani Artisti”, una vasta popolazione di persone cui è rivolto l’interesse di critici, curatori e galleristi: operatori perennemente alla ricerca di giovani talenti, che difficilmente, però, riescono ad accompagnare in un percorso di lavoro duraturo nel tempo.

Con l’avanzare degli anni chi è stato un giovane artista talvolta vede sfumare la propria occasione

Alla soglia dei quarant’anni o si è presentata l’occasione per meritare il titolo di artista – non più giovane – e si è riusciti a strappare una rara opportunità per sopravvivere, o si sparisce.

Per quanto mi riguarda, arrivare a sopravvivere del mio mestiere è stata una sorta di esercizio di resistenza, una scommessa ad alto rischio, nutrita da una reale passione per il mio lavoro. 

Da poco tempo posso fare l’artista a tempo pieno – senza dover fare un secondo o terzo lavoro per mantenere il primo – e considero ciò il raggiungimento di un sogno. 

Come tutti i sogni può svanire da un attimo all’altro, in questo mestiere non esistono certezze, è una sorta di precariato perenne. 

Una delle poche certezze a cui si è spesso costretti a far fede è credere profondamente nel proprio lavoro.

Preferiamo importare che esportare?

Gli artisti italiani sono in balia di un sistema artistico debole (musei, gallerie, mezzi di comunicazione, premi, residenze all’estero, …) che mitizza molto spesso gli artisti stranieri dimenticando di guardare cosa nel proprio territorio sta accadendo. Si preferisce importare che esportare, nonostante la qualità delle ricerche in atto non sia inferiore al panorama straniero. 

Io potrò continuare a fare l’artista solo se il mio lavoro sarà riconosciuto anche all’estero, se riuscirà a confrontarsi in ambito internazionale. 

Ma questo salto come può avvenire se in primo luogo non ho un riconoscimento e un supporto dal paese in cui lavoro?

Servono borse di studio che facilitino la mobilità in altri paesi, ed è necessario che siano diversificate in termini di giurie e indirizzate a città dove il sistema arte abbia una centralità importante (Londra, Berlino, Parigi, New York).

E’ significativo l’esempio del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, nato storicamente per rappresentarne il paese promotore. 

Guardiamo oggi cosa è diventato: bastano poche dita per contare le presenze di giovani artisti italiani.

Nessuno dei curatori della Biennale di Venezia è mai stato nel mio studio, ne ha mai avuto occasione di vedere il mio lavoro. 

Non esiste una rete di informazione adeguata per valorizzare ciò che avviene nel nostro paese.

I musei in Italia esistono, ma spesso preferiscono dare visibilità ai giovani, anche giovanissimi, talenti stranieri legati alle principali gallerie straniere, che a quelli italiani.

Marzia Migliora

www.marziamigliora.com

COMMISSIONE CULTURA SCIENZA E ISTRUZIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

“INDAGINE CONOSCITIVA SULLE PROBLEMATICHE CONNESSE  AL SETTORE DELL’ARTE FIGURATIVA ITALIANA, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLE CONDIZIONI DELLA SUA ESISTENZA E SVILUPPO”

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