Mamma voglio fare l’artista!

Non smetto mai di incuriosirmi davanti a spunti culturali che mi possano arricchire.
E’ la volta di un libro dal titolo accattivante e spiritoso “Mamma voglio fare l’artista!”, un libro che, in apparenza, dal titolo non avrebbe nulla da insegnare a chi come me è artista da 40 anni.

Invece l’autore Francesco Bonami, famoso curatore d’arte, è riuscito a scrivere un libro di 24 capitoli più un prologo ed un epilogo, per 158 pagine, così scorrevole e ricco di aneddoti e spunti, alcune considerazioni, conferme, altre discutibili, che si è fatto leggere d’un fiato, in una mattinata, anche da me che sono un lettore lento.

E’ una sorta di manuale per l’uso della professione artistica, il cui sottotitolo recita, infatti, “Istruzioni per evitare delusioni”, delusioni subite da lui stesso.
Si tratta di un libro basato su esperienze personali, in parte autobiografico, una confessioni di colpevolezza da parte di un artista mancato, di un artista pentito e deluso che con onestà intellettuale, testimonia il suo percorso di artista prima e curatore dopo.

Parola d’artista navigato, racconta vita, stati d’animo e aneddoti comuni ad ogni artista, accompagnandoli con pillole di saggezza che troverete sparse in questa mia recensione.

Chi sa fa, chi non sa insegna, ma Bonami si smarca, dichiarando nelle prime pagine, che esistono i maestri che insegnano, ma ancor di più, svolgono un ruolo di guida; e direi che questo ruolo gli si possa riconoscere.
Così come dovrebbe fare ogni bravo artista, sia con chi vuol fare il suo stesso mestiere, sia con chi si trova davanti alle sue opere d’arte.
Ma, se il maestro è colui il quale non segue le regole, inventandone di proprie, essere riconosciuto Maestro pone in una zona della piramide sociale al di sopra della punta.

L’arte è sacra, una religione in cui l’artista crede fermamente, vivendo una vocazione che lo rende il suo sacerdote; tutti gli artisti fanno parte di questa chiesa e sono portatori di un messaggio, ma non tutti diventeranno Papi o Dalai Lama.
E se padri e madri capissero che l’arte è una religione e gli artisti i suoi sacerdoti, ci sarebbero meno aspettative, e più soddisfazioni; in quanto, nessuno si aspetta miracoli da chi si fa prete e i Santi, purtroppo, si contano sulle dita di una mano; anche i buddisti sanno che di Dalai Lama ce n’è uno solo, ma ci sono tanti altri lama, detti “tulku”, ognuno dei quali testimonia con le opere e l’esempio, la sua briciola di fede che illumina il mondo.

Artisti, simpatiche (non sempre) canaglie, talvolte illusi, poco umili, facilmente autoreferenziali, dagli altari alla polvere, in balia di stati d’animo e personaggi contrastanti.

Il libro apre con gli stati d’animo dell’artista, ondivaghi tra i dolori di un giovane Werther e i dubbi esistenziali di un Otello, nel dover dare la notizia alla famiglia, fare un “coming out” travolgente e dirompente come il dire di essere gay o di voler fare il prete.
Una notizia che comunque non coglie impreparato nessuno tra conoscenti e parenti, in quanto il fulminato sulla via di Damasco, normalmente, è già ritenuto un po’ strano.
Ma le famiglie sono miscredenti, non credono molto alla religione dell’arte. Anche per credere nell’arte ci vuole fede. Se un figlio afferma di voler fare l’artista, bisogna credergli e prenderlo sul serio, non sta scherzando.

C’è chi dirà: ok, ma di lavoro cosa vuoi fare?, perché l’arte non è considerata veramente un lavoro da coloro i quali (la maggioranza, la massa) lo intendono solo come attività che produce solo noia, sangue, sudore e uno stipendio a fine mese.

Ma l’Arte, soprattutto oggi, non è lo strumento o il materiale usati, mezzi al servizio dell’ispirazione e dell’emozione; linguaggio per comunicare, l’arte, come tutte le chiese e le religioni, deve parlare al mondo che la circonda, non a un mondo che non esiste più, pertanto non c’è da stupirsi né rifiutare la produzione artistica moderna e contemporanea. Infatti, in passato, l’idea non era determinante per fare l’artista, costruendosi una bella carriera con una buona tecnica, attingendo al “database” dell’iconografia del tempo. Finché, nel 1917, arrivò il francese Marcel Duchamp che mise a testa in giù un orinatoio, firmandolo come fosse una scultura astratta. Da quel momento l’artista ha avuto bisogno d’idee per sembrare più furbo e bravo degli altri, un sistema che porta con sé la diffusione anche di paccottiglia e bluff.
Comunque, l’arte è una lunga autostrada e addormentarsi può essere fatale; la prima regola della creatività, mai voltare le spalle all’ispirazione.
D’altronde, come artisti, oggi si deve fare i conti con l’idea di ricchezza, che non è più quella del Rinascimento. L’arte e le idee dell’artista contemporaneo devono confrontarsi con un mondo in cui il valore economico delle cose, purtroppo, è a volte più importante del valore spirituale.

Il mondo dell’arte è una giungla dove è facile che sopravviva il più forte. L’artista vive al riparo del suo studio, il suo nido.
Ma sarà anche molto solo con l’unica compagnia delle proprie opere d’arte.
Però, una nota positiva, l’arte migliore è spesso frutto della solitudine, è ciò che viene fuori per necessità e non per strategia, che nasce nella pancia per poi, come un bambino, avremo il coraggio di mettere al mondo, rischiando critiche e fallimenti.

Poi arriva il capitolo 10, dove l’autore parla della figura del curatore; ne esce un ritratto di un professionista al quale manca, spesso, lo spirito di servizio, ma lui, almeno con questo libro, ne è l’eccezione che conferma la regola.
Certo, curatori critici e galleristi, devono pur attuare una tecnica di difesa contro l’invadenza di artisti, spesso millantatori o illusi, fastidiosi e numerosi come moscerini intorno all’uva.
Da diretto interessato, si raccomanda di non usare l’arte per fare amicizie; probabilmente perché l’amicizia è una cosa seria che si dà alle cose serie, come recitava una famosa pubblicità dei lontani tempo di “Carosello”. Se un curatore, un critico, un gallerista prendono un caffè con voi, o vengono a visitarvi a studio, una volta usciti non sono tenuti ad avere con voi nessun tipo di rapporto privato.

Articoli 15 e 16, parla l’artista/curatore, la prima illusione e la prima delusione.
E’ difficile resistere alle sirene dell’adulazione temporanea, dei complimenti passeggeri e delle critiche trionfali. La modestia non è una qualità utile a un artista, ma può servire a non fare la figura dei cretini.
“Il successo di un’artista può avere la durata di un mattino. La fretta di arrivare sulla strada del successo spesso provoca incidenti, talvolta mortali.
Qualche anno dopo i miei esordi trionfali, il successo smise di sorridermi, anzi m’ignorava proprio di brutto.”
“Inutile fare una mostra di merletti quando tutti vogliono le trapunte.”
“Io ero convinto che la pittura fosse ancora un linguaggio forte, mentre già stava ritornando l’arte concettuale. Non c’è niente di peggio per un artista che essere fuori sincronia senza accorgersene. Si può insistere nel fare ciò che si fa, anche se non interessa più nessuno, a patto di sapere anche ciò che invece in quel momento interessa al mondo.”
“Imparai presto che gelosia, invidia e rabbia sarebbero stati sentimenti molto familiari nella mia vita artistica.”
“Il successo vi renderà antipatici e anche un po’ soli, vi mancheranno gli amici del bar. Se avrete successo i vostri veri amici diventeranno coloro che godranno del vostro lavoro, che non vedranno l’ora di osservare qualche nuova produzione, quel pubblico anonimo, al quale l’arte è destinata.”
Infatti, “Se conoscerete il successo, avrete una responsabilità ben più grossa di quella che avevate prima al bar sotto casa. La vostra arte potrà cambiare gli umori e la testa delle persone, potrà emozionare, far piangere e anche far imbestialire o inorridire chi se la troverà davanti. Non dovrà più fare contento solo il vostro vecchio compagno di classe, né dovrà stare tranquillo l’amico falsamente puro.
La vostra arte dovrà scuotere il più alto numero possibile di persone e voi risponderete delle reazioni positive e negative che susciterà. Dovrete considerare la vostra arte come il colore della cravatta dei grandi politici. Un colore che vi farà notare e ricordare anche se non sarà quello che corrisponde al gusto di vostro zio. Se volete essere i primi, inevitabilmente starete sulle scatole agli ultimi.”

L’autore finisce svelando un obiettivo uguale e contrario a quello affermato nel titolo: provare a ribaltarlo: non “Mamma voglio fare l’artista!” ma “La Mamma vuole che faccia l’artista”, affermando l’utilità della lettura anche per i genitori: “Vorrei convincere tanti genitori scettici e pessimisti davanti ai figli che decidono di dedicarsi all’arte, che quello può essere un modo di salvare il mondo e noi stessi dal cinismo, dallo scetticismo e dal pessimismo.”

Fare l’artista è un terno all’otto, ma quando si vince può essere esaltante. Non solo, spesso anche solo giocare è divertente ed eccitante.
Il mestiere d’artista è difficilissimo, a volte impossibile eppure bellissimo.
Il mondo dell’arte è volubile e capriccioso, soggetto alle mode, che come tali sono passeggere, ciniche e bare che non hanno cuore e sensibilità; è mercato con le sue regole che impone senza pietà.
Ma fare l’artista, o meglio essere artista, è come essere atleta, l’importante non è vincere ma partecipare con lo spirito del vincente, preparandosi e partendo per arrivare primi.

L’arte è vita, e quando diventerete artisti sarete un po’ medici, un po’ filosofi, un po’ sciamani, un po’ psicanalisti.

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